Erano le quattro del pomeriggio quando sono arrivato sul Ku’damm, la strada degli acquisti, nei pressi della stazione Zoo, dove le rovine di una monumentale chiesa dedicata all’imperatore Guglielmo graffiano il cielo come una bottiglia rotta. Avevo passato la mattinata al freddo del novembre berlinese, -2°, il fiato mi usciva dalla bocca come il pennacchio delle ciminiere che vedi all’orizzonte se guardi verso sud. Prima una linea della metro, poi un’altra, un mercato rionale, un rudimentale tentativo di instaurare una conversazione con una grassa venditrice sul tema le codine di zucchero colorato sulla glassa dei krapfen. E da un barbuto venditore stavo quasi per comperare un piatto di minestrone con farro e funghetti dello Spreewald quando mi sono detto, c’è un limite anche al turismo responsabile.
L’altra sera ero al bancone del solito bar e io e la ragazza con la sciarpa rosa e i teschi stampati parlavamo di musica. Lei, anche se ha un recente passato da rocker -mi pare mi abbia raccontato che lei e altre ragazze avevano un gruppo garage punk che prima di sciogliersi si sono prodotte in una esibizione stracciaorecchie in un tal centro sociale– ha in verità una passione per la musica pop anni ‘80.
Ma sai che vorrei andare a vedere Joey Tempest se viene?, mi fa.
Anche se ormai è una mummia?, ho detto io.
È comunque bellissimo, ha detto lei.
E cos’ha di bello?, ho detto io.
Bella Italia! Belle donne italiane! Il tassista distoglie lo sguardo dalla strada per girarci un’occhiata dentro la montatura sottile sulla groppa del naso. A intervalli regolari i lampioni sopra le nostre teste illuminano il resto: una mezzaluna di capelli grigi appesi alla pelata color caffelatte, un’orecchia morbida, una guancia ruvida, cadente, ciuffi di sopracciglio. Incolonnati il più possibile vicino all’uscita di uno dei club senza insegna tra Jannowitzbrücke e Warschauer Straße, ben visibili sotto il cono di luce di un lampione, gli altri taxi fremevano dalla voglia di mettere in moto. Lui aspettava in disparte, sopra un marciapiede, come se sapesse di essere una seconda scelta: il taxi di un vecchio in una macchia d’ombra.
Mia nonna l’altra mattina a colazione ha attaccato a dire che noi non lo sappiamo cos’è la fame e s’è messa a raccontare di un tale che la gente diceva era così povero, che è andato a disseppellire il padre morto, la notte dopo il funerale, e gli ha preso il vestito buono, quello del matrimonio. Una volta ti seppellivano col vestito del matrimonio, dice mia nonna, perché era l’unico buono che avevi. E la gente lo sapeva, questo qui, diceva la gente, è andato di notte in cimitero a prendersi il vestito buono di suo padre pur di vestirsi. Quella lì è fame, diceva mia nonna, e ti fa fare delle cose che non sai bene.
Continue Reading »

«Oppure sparagli questa. Conosci un ragazzo, al tuo college sulla East Coast. Un ragazzo ammirato da tutti, bellissimo e soprattutto -ed è questa la cosa che ti attrae di più- terribilmente serio. Un ragazzo che va in biblioteca e prende in prestito una copia dell’Anatomia di Gray, cerca la posizione e la struttura neurologica precisa del clitoride femminile, semplicemente, tu ne sei convinta, per essere in grado di darti piacere. Maneggia il tuo clitoride, tutto il tuo corpo, come se fosse un raffinato strumento musicale. Tu perdi completamente la testa per questo ragazzo. L’intensità del tuo amore crea quella che si potrebbe chiamare una situazione organica: un corpo non può camminare senza gambe, due gambe non possono camminare senza un corpo. Lui diventa il tuo corpo»
«Ma di lì a poco lui si stufa del mio corpo»

Lei dice non m’importa se mi credi o no, è la verità, poi tu credi pure a quello che ti pare. Quindi è sicuro che mente. Quando è la verità si fa in quattro per cercare di farti credere a quello che dice. Perciò sento di non avere dubbi.
Si rasserena e guarda dall’altra parte, lontano, ha l’aria furba con la sigaretta sotto la luce che entra dalla finestra bagnata, e io non so cosa mi sento di dire.
Dico Mayfly, con te non so più cosa fare o cosa dire o cosa credere. Ma ci sono delle cose che so per certe. So che io sto diventando vecchio e tu no. E che ti do tutto quello che ho da darti, con le mani e con il cuore. Tutto quello che ho dentro di me l’ho dato a te. Tengo duro e lavoro sodo ogni giorno. Ho fatto di te l’unica ragione che ho per fare quello che faccio sempre. Ho cercato di costruire una casa per te, una casa di cui facessi parte, e che fosse una bella casa.
Mi rassereno anch’io e getto il fiammifero nel lavandino insieme ad altri fiammiferi, piatti, una spugna e cose del genere.
Continue Reading »
…Dopo qualche giorno di solitaria permanenza in città, preda di camerieri aggressivi, agenti di cambio infidi e tassisti senza scrupoli, l’ho capito: l’unica maniera di sopravvivere alla giungla d’asfalto newyorkese è associarsi. Durante l’Howl Festival in Tompkins Square, Alphabet City, le parole di una poetessa che ha preso il microfono per leggere al pubblico una poesia di Allen Ginsberg, mi hanno folgorato come un’epifania: “Non siamo mai così forti come quando siamo assieme”. E poi tutta la gente ha cominciato a ballare, non tra conoscenti, ma tutti con tutti. E Immerso in quella folla di sconosciuti, il mio cuore traboccava di giubilo, perché era così gentile da parte loro, farmi sentire parte di una comunità, anche se ero un turista. Non siamo mai così forti come quando siamo assieme, ho ripetuto. E l’ho ripetuto per tutta la vacanza. Lo ripetevo a me nei momenti di solitudine. Lo ripetevo ai fellow travellers che incontravo, per incoraggiarli a condividere il viaggio, scambiarci imformazioni ed esperienze.
Quando lavoravo nella fiera di questa città avevo un contratto a chiamata con una cooperativa di hosting. Venivo pagato quattro euro l’ora da un ex sindacalista che oggi milita nelle file della destra, per sorvegliare i padiglioni del quartiere fieristico. Dalle 13:45 alle 19:45, ogni giorno, senza distinzione tra giorni feriali e festivi.
Ma se mi chiedevano, «Che lavoro fai? » Io dicevo la verità, «Faccio lo scrittore. E ogni tanto, per arrotondare, lavoro in fiera» Un mio collega, il Penna Bianca, una volta che gli ho parlato di questa cosa dello scrittore ha scosso la testa, «Tu sei soltanto uno che ha bisogno di un taglio di capelli »
Vagare per via degli Aurunci, assorbire energie dall’ambiente esteriore, sedersi estraneo al tavola di una trattoria romana, ordinare orata al cartoccio e mozzarella in carrozza, smaltire la solitudine e il senso d’inadeguatezza osservando dall’altra parte della strada un musicista che suona la chitarra al tavolo di due ragazze che si godono la serenata, e nel mezzo di una canzone toglie la mano dalla paletta per allungare l’accendino ad una delle due, senza smettere di cantare.

Porto dentro il cuore come in uno scrigno, troppo pieno per schiudersi, tutti i luoghi dove sono stato, tutti i porti a cui sono arrivato, tutti i paesaggi che ho visto da finestre o da oblò, o da casseri, sognando, e tutto questo, che è molto, è poco per quello che voglio.
Ferdinando Pessoa




