
Maschietti entrano in casa, maschietti entrano in casa. Maschietti, e con essi entrano in casa idee da maschietti (idee grevi, riduttive, inflessibili). Entrano in casa due bei maschietti, ancora in confezione ospedaliera, maschietti con la tonsura neonatale, bramosi di seno, aggrovigliati ai genitori. Entrano in casa due bei maschietti, maschietti gemelli, maschietti gorgoglianti di biberon, maschietti infilati dentro quegli orrendi zaini di plastica che le giovani coppie di Edison, New York, portano sul petto anziché sul dorso, in un tripudio di saliva e vomito lattiginoso e stafilococchi. Entrano in casa due bei maschietti, uno dei quali picchia l’altro con un hot-dog di gomma dura. Entrano in casa due bei maschietti, uno dei quali picchia l’altro sulla testa e sulle spalle con un rametto di salice, e l’altro piange. Maschietti entrano in casa dicendo cose senza senso. Maschietti entrano in casa urlando: “Mamma”.

Il libro contiene tre bellissimi diari, di cui uno solo dedicato a Berlino. Io parlerò di questo. Si tratta di una cronaca del tentativo dell’autore di trasferirsi per un po’ nel distretto di Kreuzberg, settore Ovest, anno 1981. Massimo Zamboni è stato chitarrista e compositore nel gruppo musicale CCCP, poi CSI, e questa informazione è essenziale per capire il taglio “alternativo” (mi scuso per l’abuso di questo termine ormai privo di significato, lo faccio per amor di brevità) della sua cronaca berlinese, particolarmente interessante perché affronta un mito oggi declinante, esaurito, quasi vinto (ma non ancora, non ancora!) dalla gentrificazione: quello delle case occupate. Per chi come me è nostalgico soprattutto di esperienze che non ha vissuto, il racconto dei suoi fallimentari tentativi di vivere in una casa occupata di Kreuzberg, i dettagli sugli occupanti, sugli ideali e sugli slogan del clima anarco-individualista che si respirava nella città dell’orso negli anni ‘80, può essere un buon sostitutivo. Per chi invece in questa cultura ci nuota, resta comunque una lingua molto musicale e il pensiero di una figura originale nel panorama italiano.
…Manifestiamo, ma non contro qualcosa o qualcuno. Manifestiamo pro. Pro noi, in ultima istanza .
0re 12:55, il cane dei vicini, Pongo, sale sul tetto della sua casetta, alza il muso al cielo, orecchie flosce, ulula il suo disagio. Non si capisce bene cosa vuole. Donne? (Cagnette?) Attenzioni? Libertà? Vive in due tre metri quadrati recintati da una rete verde alta due metri. Eddai Pongo, è la situazione di tutti. Guardala così: almeno un tetto ce l’hai.

Berlino è invece popolata di me. A Berlino, se ne avessi voglia, potrei incontrarmi cento volte al giorno, a ogni età, raggiante di gioia o in lacrime, sola, in compagnia, innamorata, piantata in asso; dappertutto posso starmene accoccolata in attesa che io passi di lì. In una notte d’estate mi basterebbe camminare lungo la Schönhauser Allee, verso le quattro di mattina, per vedermi mentre, credo un po’ brilla, al fianco di un giovane – non so più neppure chi – prendo una bottiglia di latte da una cassa depositata di fronte a un negozio di alimentari, non senza lasciare i soldi giusti al posto della bottiglia, e mi bevo il latte, mentre proseguo. Quella notte aveva piovuto. La strada sotto i miei piedi nudi è tiepida e scivolosa di polvere bagnata dalla pioggia. Tengo i sandali appesi all’indice della mano sinistra. Se mi domandassero quali sono i posti di Berlino che preferisco, dovrei assolutamente nominare la Schönhauser Allee, una mattina d’estate, verso le quattro, tra la Stargarderstraße e la Milastraße. Ma chi potrebbe mai capirmi?
[Monika Maron, La mia Berlino, Bollati Boringhieri, 2005]

Mentre stiamo per uscire, però, ecco che entra nel bar un signore con un cagnolino, e la malinconia abissale di Gigio prende la forma di un sorriso. Il cagnolino è un cucciolo con le zampe grosse, uggiola e fa le feste a Gigio. Miracolo: la gabbia toracica cementata di dolore umano del ragazzo crolla come le sue ginocchia, si accuccia lì per terra anche lui, il cucciolo gli lava la faccia, e Gigio ride e ride dall’altro mondo dentro di sè, il mondo senza persone, senza violenza, il mondo senza il male dove un ragazzo è solamente cane fra i cani.
Questa felicità dura un minuto, forse meno, ma in tempo a scagliarlo molto più indietro dell’infanzia: ora lo vedo neonato rugoso senza denti che ride così. alla vita, al latte, al non saper parlare.
Un minuto, forse meno. Poi il lager della strada ritorna in messa a fuoco, Gigio si rialza, io sono lì di fianco e gli faccio l’ultima domanda: “Sai leggere?”.
“sì”
“Ecco allora, tieni”, e gli allungo un biglietto che scarabocchiato all’istante, mentre lui trasumanava col cane. C’è scritto: “Non derubarmi più”. Lui lo legge, capisce la frase ma non il gesto, mi guarda vuoto, io anche.
Ciao. Bau.
[Anna Lamberti-Bocconi, da Rumeni - romanzo di storie, Milano, Stampa Alternativa, 2008, pag 19]

Mentre i miei amici viennesi provenivano quasi tutti dalla borghesia, ed anzi per nove decimi dalla borghesia ebrea, così che noi non facevamo che sommarci e moltiplicarci nelle nostre inclinazioni, i giovani di questo nuovo mondo uscivano da strati ben dissimili: dall’alto e dal basso, l’uno era un aristocratico prussiano, l’altro il figlio di un costruttore navale amburghese, il terzo un contadino della Vestfalia: io mi trovai d’un tratto in un ambiente in cui esisteva anche la vera miseria con gli abiti sdruciti e le scarpe rotte, in una sfera cioè mai sfiorata a Vienna. Sedevo alla stessa tavola con alcolizzati, omosessuali e morfinomani, stringevo la mano –e con orgoglio- ad un avventuriero abbastanza noto e già condannato, il quale del resto più tardi pubblicò le sue memorie, passando così tra noi scrittori.

Davanti c’è un bel negozio di scarpe, quattro vetrine lucenti, e ci sono sei ragazze a servire, s’intende quando c’è da servire, 80 marchi al mese a testa, e quando lo stipendio aumenta fino a 100, hanno già i capelli grigi. Il bel negozio appartiene ad una vecchia che ha sposato il suo direttore e da allora dorme nel retrobottega e sta sempre male. Il marito è un bell’uomo, manda avanti bene il negozio, ma ha ancora quarant’anni, e questa è la disgrazia, e quando lui torna a casa tardi, la vecchia è ancora sveglia, e dalla rabbia non riesce ad addormentarsi.
–Al primo piano il signore avvocato. Nel ducato di Sachsen-Altenburg il coniglio selvatico può essere cacciato o no? Il difensore contesta a torto l’opinione del tribunale che il coniglio selvatico nel ducato di Sachsen-Altenburg sia davvero da annoverarsi tra la selvaggina. Quali siano gli animali da considerarsi come selvaggina e quali no, è stato in Germania differentemente disposto a seconda delle singole regioni. Mancando speciali leggi scritte decide il diritto consuetudinario. Nel progetto di legge sulla regolazione della caccia del 24-2-54 il coniglio selvatico non era menzionato.

di notte
il confine
lo attraversi semplicemente
e sei dall’altra parte
lo sento
mi hai dentro
perdo ogni mio riferimento
perdo certezze nei confini del mio regno
il giorno passa
la notte d’acqua mi spezza
avessi qui la forza della tua presenza
ma tu sei quello che vuoi
e ognuno infine ottiene quello che vuole
e se ne sta coi suoi
avessi il dono di interrompere la pioggia
avessi anch’io diritto a un equilibrio
ma enorme
di questa pace addosso
non so che farne
[...]
brividi
e non so se è freddo
solo
c’è un tempo
che divora i sogni
lo sento
li sporca
sai che me ne importa di chi ha colpa
io non mi rassegno
notte d’acqua
arrivare all’essenziale è crudele
ci sono desideri che non si lasciano dimenticare
tu hai su di me un potere
che io chiamo col tuo nome
e rimane
quello che non può durare
ora basta
lasciami dormire
vedi che vuoi dire le grandi passioni
devo uscirne fuori
questo letto è grande per dormirci soli
[Notte D'Acqua, da Banditi, Assalti Frontali, 1999, BMG]

“Te lo ricordi? Te lo ricordi il mare? La nostra alba sul mare, che ci piaceva tanto? Ci piaceva tanto perché era come noi, Faye. Quel mare era ovvio. Per tutto il tempo stavamo guardando qualcosa di ovvio”. Le dà un pizzicotto a un capezzolo, tanto delicatamente che Faye neanche se ne accorge. “I mari sono mari solo quando si muovono”, sussurra Julie. “Sono le onde a impedire che i mari siano semplicemente delle enormi pozzanghere. I mari sono fatti soltanto dalle loro onde. E ogni onda del mare è alla fine destinata a incontrare ciò verso cui si muove, e infrangersi. Tutto quello che avevamo davanti agli occhi, tutte le volte che me lo chiedevi, era ovvio. Era ovvio ed era una poesia, perché eravamo noi. Guarda le cose in questo modo, Faye. La tua faccia che muovendosi assume un’espressione. Un’onda che si infrange su uno scoglio e abbandona la sua forma in un gesto che esprime quella forma. Capisci?”
Non era sulla spiaggia che Faye aveva fatto a Julie quella domanda sul loro futuro. Era stato a Los Angeles. E come la mettiamo con l’onda anomala che si era creata dal nulla e si era infranta su se stessa?
Julie sta guardando Faye. “Capisci?”
Faye ha gli occhi aperti. Li spalanca ancora di più. “Non ti piace la mia faccia quando è a riposo?”
[David Foster Wallace, La ragazza dai capelli strani, Roma, Minimum Fax, 2003, pag. 66]
