Ogni volta che invito una ragazza ad uscire, qui a Verona, finisce che la porto sull’argine del fiume, nei pressi di Castelvecchio, da dove si può ammirare uno splendido panorama. Ma non è davvero il panorama ad interessarmi, è il fatto che lì, in quel posto, ho vissuto delle cose con una ragazza che ho amato molto. Una storia intensa e tempestosa, che s’è maturata in due anni di amicizia ed è bruciata in sei mesi. Anche se giorno dopo giorno quelle memorie si sbiadiscono e si consumano un po’, a sedermi sulla banchina ho l’impressione di rivivere qualcosa; quel posto è una porta sul passato che mi connette a strati di esperienza sepolta sotto le macerie della mia personalità, e nello stesso tempo portandoci nuove ragazze, creo nuove memorie. Ogni volta che mi siedo sulla banchina e comincio a guardare gli uccelli che calano a volo radente sul pelo d’acqua e sento il verso delle anatre, in fondo mi chiedo: se l’ho amata davvero, perché tanto astio nel lasciarci? Perchè tanto accanimento nel voler trattenere la sua immagine? A volte mi chiedo che cosa mai mi attirava tanto in quella ragazza dai capelli rossi? L’ho scoperto il giorno in cui mi sono soffermato a guardare una foto che c’è nel salotto della casa dei miei genitori. La foto ritrae mia mamma in costume al mare, a mollo nell’acqua fino alla vita; una superba frangetta post sixties la rende oggi molto alla moda. Naturalmente di fianco a lei c’è mio padre, risalito da un’immersione, magrissimo, sputacchia e passa un braccio dietro la schiena di lei e con l’altro invece gesticola perchè probabilmente sta dicendo qualcosa per farla sorridere. È incredibile quanto l’espressione di mio padre sia simile alla mia, quanto ci assomigliamo in quella foto. Ed è incredibile quantoquella ragazza somigliasse a mia madre, e io me ne accorga solo ora.



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