Sto leggendo Una Nuova Terra l’ultimo libro di Juhmpa Lahiri (Guanda, 2008).  Ci sono arrivato grazie ad un vecchio articolo del Manifesto (il quotidiano che pubblica indubbiamente le pagine culturali di gran lunga più interessanti), ma ho comperato la raccolta pochi giorni fa, quando sugli scaffali della FNAC di Verona ho visto la copertina verde con il disegno stilizzato di una ragazza di spalle, e mi sono subito venute in mente due cose: 1) “di spalle” era la tipica postura in cui io alle medie disegnavo le donne, perché così non dovevo perdere tempo sui particolari del viso, non ero molto bravo con i visi, mentre i capelli mi venivano sempre bene, e 2) le parole dell’autrice che diceva che alcune persone costruiscono la loro identità negli interstizi tra due o più culture, ci sono persone che sono se stesse soltanto in aereo, in metropolitana, in automobile. L’autrice si riferiva ai personaggi che popolano questa raccolta di racconti, immigrati indiani e i loro figli alle prese con il processo di integrazione nella cultura dominante. Indecisi tra cosa prendere e cosa lasciare, finiscono per essere sempre in bilico tra le due sfere di conoscenza, l’America, il mondo fuori dalle mura domestiche e il mondo domestico, la tradizione dei costumi.  è strano, mi riconosco in questa dicotomia: anche se non sono figlio di immigrati, anche se sfortunatamente non sono così cosmopolita come Jhumpa Lahiri, anche se non vivo negli States, avverto la lacerazione eiststente tra la cultura dei miei genitori, il mondo magico e orale sprigionato dai ricordi di mia nonna e di mio padre, racconti che hanno dato forma alla mia personalità, e il fascino della strada, la sua amoralità, la sua insensatezza. Avverto tra queste due sfere d’esperienza un conflitto di valori, che è poi il mio. La cosa stupefacente di questo libro, invece, è che riesce ad insegnarmi di me stesso sentimenti che vivo troppo da vicino per poterli comprendere fino in fondo.

Ripensò a Ruma e Romi durante le visite a casa dall’università, insofferenti con lui e con sua moglie, innamorati dell’autonomia appena conquistata, sempre smaniosi di ripartire. Il loro atteggiamento angustiava sua moglie e addolorava anche lui, sebbene non l’avesse mai ammesso. In quelle occasioni non riusciva a fare a meno di ricordare com’erano piccoli un tempo, com’erano indifesi nelle sue braccia, bisognosi di lui per sopravvivere, dal momento che non conoscevano nessun altro. Alla fine però quel bisogno così profondo si era indebolito, riducendosi a qualcosa di amorfo, fragile, che in certi momenti minacciava di spezzarsi. Una perdita cui nemmeno Ruma poteva sfuggire: i suoi bambini sarebbero diventati estranei, l’avrebbero evitata. E poiché era sua figlia, lui voleva proteggerla da questo, come nel corso della vita aveva cercato di proteggerla da tante cose. Voleva difenderla dal deterioramento inevitabile in qualsiasi matrimonio, e dall’amara conclusione che a volte temeva fosse vera: l’intera impresa di formare una famiglia, di mettere al mondo dei figli, per quanto gratificante fosse in certi momenti, era viziata fin dall’inizio. Ma queste erano solo le divagazioni di un vecchio che si stava a sua volta comportando da bambino.

(Una Nuova Terra, pag 67)


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