Alcuni libri hanno il potere di venirti sottomano proprio quando stai riflettendo su temi analoghi a quelli da loro contenuti. È il caso, per me, del Diario Indiano di Allen Ginsberg, edito nel 1999 da Guanda. Naturalmente la traduzione è di Fernanda Pivano. Della vita di Ginsberg, credo ci sia poco da dire, è Il Poeta della Beat Generation. Il suo libro l’ho comperato dopo la quinta superiore, quando per la prima volta in vita mia avevo disponibilità di soldi guadagnati da me, soldi che potevo devolvere in scopi ragionev
oli ai miei occhi. All’interno del libro ci sono delle briciole di hashish e tabacco, segno che al tempo dovevo aver preso alla lettera l’invito del poeta dell’Urlo ad allargare i confini della mia coscienza. Il libro non è un resoconto del viaggio in India tenuto dal ‘62 al ‘63 da Ginsberg in compagnia del suo fidanzato Peter Orlowksy e del poeta Gary Sneyder. Occultato nella libreria dei miei genitori (mia madre deve essersi fatta ingannare dalle lussuose copertine di Guanda e deve averlo reputato un libro un po’ troppo saggio per essere stato acquistato da un figlio pesantemente fuori di cozza come il suo), mi viene sottomano in questi giorni mentre sono alle prese con la ricostruzione del resoconto di un viaggio a Berlino, fatto il maggio scorso, e mi rendo conto che di Berlino non ho scritto quasi niente. In compenso, però, vi ho annotato le emozioni che ho avvertito germogliare dentro di me al contatto con l’ambiente berlinese, con l’intrecciarsi delle vite, i volti, le persone che ho conosciuto sulla strada della schizofrenica città tedesca. Sul risvolto di copertina del libro di Ginsberge l’editore scrive: “… il tentativo dell’autore è quello di immergersi nell’India, piuttosto che di conoscere l’India, che così diviene soprattutto il luogo ideale per un’esperienza spirituale”. Se si toglie la parola /India/ e la si sostituisce con /Berlino/, se si toglie la parola /spirituale/ e la si sostituisce con /emozionale/, si ottiene una frase che descrive molto bene ciò che ho tentato di fare io. Realismo psicologico, lo chiamava Rick Moody quando ho avuto occasione di assistere ad una sua lezione di scrittura creativa a Roma, presso la scuola di scrittura Omero. Il tentativo di cogliere le connessioni sinaptiche mentre nascono, di sputare la mente sulla pagina. In questo senso mi affascinano i sogni annotati da Ginsberg, il suo considerarli produzioni già artistiche:
…La domanda che feci era: qual è la risposta? e mi resi conto mentre mi inginocchiavo nella leggerezza & indifferenza che era meglio chiedere: qual è la mia risposta o qual è la grande domanda che mi turba? per la quale ricevetti la risposta: una finestra illuminata.
Il fatto è che dopo Berlino non ho più smesso di tenere un diario giornaliero. Ho questi sei o sette quaderni fitti di pezzi di esperienza tradotti (snaturati?) in linguaggio. È una cosa che mi libera dalla paranoia, mi aiuta a far emergere i lati inconsci del mio Sé, a prevenire i tentativi della mia mente di creare profezie autoavverantisi. In una parola è diventato un atto quotidiano di ecologia mentale. Se la mente del poeta è bella, dice Ginsberg, la sua arte sarà bella. E dire che avevo iniziato a tenere un diario per avere semplicemente del materiale autentico, conflittuale e spinoso da usare per la mia fiction!
Qualche giorno fa sul Manifesto fa mi è capitato di leggere un trafiletto a proposito di “due diari” di una certa Unica Zürn, pubblicati da L’Obliquo Editore. Ho digitato il suo nome + wiki sulla stringa di ricerca di Google, e ho scoperto che è stata pittrice e scultrice berlinese vicina al movimento surrealista e gli estremi della sua vita sono eloquenti a proposito del suo percorso in Europa: Berlino, 1916 – Parigi, 1970. Ha potuto conoscere di persona Andrè Breton, Max Ernest, Michel Duchamp, Henry Micheaux -con quest’ultimo ha avuto una specie di relazione, mi pare di capire-. Il suo romanzo L’Uomo Nel Gelsomino è stato pubblicato da La Tartaruga nel 1980 e oggi non pare disponibile. Come Ginsberg ha avuto dei grossi problemi con la psichiatria – “schizofrenia paranoica” sostiene Wikipedia in tedesco-. Anzi, il ‘62 e il ‘63 -che sono gli anni del viaggio in India di Ginsberg con Orlowsky e l’elfo dei boschi Sneyder- quel biennio lì lei l’ha passato in una clinica psichiatrica di Parigi. Si è buttata da una finestra nel ‘70. Scriveva cose molto carine e depresse come:
L’ingordigia del gatto Enrico è immensa. Tutto il suo essere si concentra sul sibilante fornello a petrolio dove brontola il brodo. Dorme, mangia, dorme, mangia. Riempie gli intervalli con le fusa. Quanto gli voglio bene! Quanta sete di compagnia ha lui! L’aria cattiva, soffocante, delle nostre stanze, prodotta dalle due stufe, fa sì che Enrico spesso se ne vada nella fredda anticamera, dove si mette nella culla vuota per continuare a dormire. Piove tutto il giorno – pioverà tutta la notte. Sono così svogliata, timorosa di ogni movimento, così priva di ogni allegria interiore che non mi sopporto più. Che noia – noia di dimensioni terribili – e cresce in continuazione. Sono scortese, antipatica – il mio corpo è una pappa grigia. Appassisco – sono già appassita – marcisco e ho un brutto odore – tutto è così brutto. Dimentico che ho delle gambe. Non riesco più a pensare giù fino ai piedi e potrei dire come la nonna di Hans: “Ah, com’è brutta la vita…”. Tutto è sbagliato e non so come andrà a finire
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