Monumento a Michele San Micheli, p.zza Pradaval, Verona

Monumento a Michele San Micheli, p.zza Pradaval, Verona

Vorrei parlare delle panchine antibivacco. A suo tempo, fecero scalpore, le panchine antibivacco del sindaco di Verona, se ne parlò sui giornali e su internet. Speciali panchine con un bracciolo nel mezzo, finalizzato a scoraggiare l’ozio dei fannulloni su suolo pubblico. Sono state installate nelle piazze del centro storico, non ultima piazza Pradavàl, in Corso Porta Nuova, nel centro di Verona, esempio che ce l’ho ben presente. Ogni fine settimana lavoro infatti  come receptionist presso un hotel affacciato su Corso Porta Nuova, e piazza Pradavàl è proprio davanti alle vetrine, un isolotto di cemento con degli alberi, ippocastani credo, una fontana con delle ancore, un monumento a Michele San Micheli, un rubinetto e una toilette pubblica, delle panchine antibivacco.

Io, come dicevo, lavoro come receptionist notturno il fine settimana, e c’è da sapere che nella vita di un receptionist ci sono momenti in cui ti lasci andare al romanticismo, ad esempio alle quattro di mattina, quando guardi fuori dai vetri sorseggiando succo d’ananas e aspettando l’alba, con gli schiamazzi degli ultimi tiratardi che si perdono in faccia gli edifici e nell’aria si sente ancora un residuo odore di smog, i semafori lampeggianti, i primi viaggiatori con il trolley al seguito scendono il corso fino alla stazione dei treni e ti viene da dire ma guarda te quanto è magico il momento che precede l’alba e non c’è nessuno qua a goderselo con me e,  subito dopo,  guarda che quelle panchine antibivacco  lì sono proprio un pugno nell’occhio.
Ricordo di aver sfruttato l’argomento per una tirata progressista contro il sindaco Tosi; eravamo Max, Filippo ed io al bar da Pizzolo, a San Bonifacio, alle porte di Verona, un bar che mi piace perché ha un cortile interno, sotto una pergola, dove si può bere del vino a pochi soldi e chiacchierare liberamente al proprio tavolo o partecipare alle discussioni comuni, quelle che coinvolgono i bevitori di tre o quattro tavoli, come spesso avviene nei bar popolari.

Ad esempio quella sera lì a me, a Filippo e Max, che discutevamo di cosa pubblica, fumavamo delle sigarette e bevevamo birre da pochi soldi, si è avvicinato un marocchino di quarant’anni, in Italia da vent’anni, ha detto, e si è messo anche lui a dire che una volta l’Italia gli piaceva,  si poteva divertirsi con pochi soldi, la gente era aperta e brindava volentieri, le ragazze potevi parlarci assieme e qualche volta anche farci l’amore, anche se eri marocchino, e adesso invece vuole ritornare in Marocco, perché là si possono fare cose belle con pochi soldi, la gente mentalità della gente forse non è così aperta, ma le ragazze puoi parlarci insieme e qualche volta ci fai l’amore, se te lo meriti, invece in Italia tutto costa tanto, soldi non si riesce a risparmiarne, le destre criminalizzano lo straniero per fini politici, figurarsi se le ragazze si lasciando andare con un marocchino, e in più c’è la polizia, che solo perché sei scuro in faccia ti chiede i documenti appena scendi dal treno, vuole vedere il permesso di soggiorno,  vuole sapere dove abiti e che lavoro fai.

Cosa vuoi farci, ha detto Max, l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, qui sei considerato un onesto cittadino se sei produttore di reddito. A me questa frase di Max m’è rimasta impressa, perché di indole io sarei un fannullone, uno che, come diceva sempre mio zio Luciano, se trovo quello che ha inventato il lavoro, faccio uno sproposito, e lì per lì, d’istinto e un po’ ipocritamente, m’è venuto da dire al marocchino, Mi sa che è meglio se ci vengo anch’io a Casablanca.

Comunque, ritornando alla questione delle panchine, ne ho parlato anche con l’amico Matteo, che fa l’architetto a Vienna,  un fine settimana che è tornato a San Bonifacio per sbrigare delle pratiche, ed eravamo lui, Filippo ed io, e Matteo ha detto un’altra cosa che mi ha fatto pensare, cose come panchine antibivacco o i presidi militari quasi che la città fosse sotto assedio o le ordinanze che vietano di bere fuori dai bar sono contrarie all’idea stessa di italianità, perché l’Italia ha sempre vissuto in piazza, l’italiano da millenni frequenta la chiesa, la piazza e il bar e i bordelli con la stessa passione, e in casa ci si sta il meno possibile, chè ci si annoia, e a stare da solo diventi introvertito, tutti assieme appassionatamente era bello stare, mentre adesso pare che dobbiamo starcene a casa nostra a giocare con la play. È un paradosso, diceva Matteo, ma a Vienna non mi è mai successo che la Polizia  mi proibisca di stendermi sulle panchine davanti al Museum’s Quartier se ne ho voglia, e anzi, è una città dove ad ogni pie’ sospinto ti imbatti in un parchetto,  ti svacchi con serenità di fronte ai monumenti dell’Impero Austro-Ungarico,  a Verona invece non puoi, per una questione di decoro urbano, quasi che una persona stesa su una panchina è indecorosa, mentre una che sta in piedi no.

Che poi, lo sanno tutti, la questione del decoro urbano è di facciata, le panchine antibivacco sono state installate per scacciare i barboni e tutta la dettagliata microfauna che le piazzette di un centro cittadino inevitabilmente ospitano: gruppi di giovani extracomunitari che fanno gazzarra, ad esempio, qualche asiatico, qualche paria, qualche zingaro, tutta gente che fa brutto occhio, tanto che per piazza Pradavàl il giornale locale, che è L’Arena, ha riciclato il nomignolo esagerato di Toxic Park, come quello di Torino, perché la prima cosa che un indigeno va a pensare quando vede degli stranieri seduti ad un parchetto è che spacciano droga, ma a Torino trovi le siringhe conficcate negli alberi, qua in piazza Pradavàl non s’è visto ancora, eppure le panchine antibivacco del sindaco Tosi stanno lì come un dito ammonitore contro i fannulloni.

Che poi Filippo mi ha fatto notare che, secondo una morale ecologica, fare niente o fare molto poco, di questi tempi, è più importante che industriarsi troppo, e citava a braccio l’ecologista Goldsmith, quando dice, nel suo libro Il Tao Dell’Ecologia, che diversamente da quello che sosteneva l’inventore della teoria dell’evoluzione Charles Darwin, gli ecosistemi tendono per natura verso la stabilità e l’equilibrio, e ogni ecosistema è una rete di relazioni che si nutrono vicendevolmente, e se una specie si industria troppo, causa squilibri dall’esito imprevedibile, ad esempio la cementificazione del territorio o la fitta cappa di smog sopra la pianura padana che sono tra i fattori determinanti che, secondo quanto riportato dalle statistiche dei giornali, agiscono nelle cause di mortalità più frequenti da queste parti: le malattie cardiovascolari e il tumore.

Che poi questi son discorsi che hanno valore soltanto in via teorica, viene da dire, perché cosa puoi fare? Puoi davvero chiedere alla gente di smettere di costruire case? Puoi davvero chiedere alla gente di smettere di usare l’auto e servirsi dei mezzi pubblici? Puoi davvero convincere la gente  che se ci sono due o più persone di indefinita origine nordafricana, mediorientale o asiatica appollaiati su una panchina, non è detto che questi stiano spacciando? Secondo me non puoi, perché gli stereotipi sono lunghi a morire e perché alla fine del mese la gente deve mangiare, non a caso l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, e qui mi viene da citare a braccio il filoso Marx, quando dice che in effetti il regno delle libertà inizia dove finisce il lavoro, imposto dalla miseria e dalla necessità.

Alla luce dei fatti il filosofo Marx si sbagliava perché a Verona la miseria è grosso modo scomparsa da moltissimi anni, ma tanti cittadini continuano a lavorare indefessamente, perchè la necessità resta: c’è il dentista da pagare, l’assicurazione auto, il mutuo casa, la luce, il gas, il telefono.

L’idea che qualcuno alzandosi un  mattino dica: “Bene, oggi non vado al lavoro Questa mattina mi dedicherò all’arricchimento del mio paesaggio interiore, questa mattina vado a stendermi sulla panchina in piazza Pradavàl ascolterò il canto degli uccelli e guarderò l’azzurro sopra le colline veronesi attraverso il tremolare delle foglie sopra la mia testa”, un’idea così è paradossale, eppure il popolo minuto muore d’infarto a cinquant’anni perché ha passato una vita ad arrabattarsi per i schei, invece di noia ci muoiono solo i ricchi.

Ciò nonostante, l’ordinanza che prevedeva l’installazione delle panchine antibivacco è stata salutata dal favore di molti cittadini veronesi, e di qualche giornalista, probabilmente gli stessi che si dicono soddisfatti della presenza dei presidi militari in centro, o del duro trattamento riservato alle minoranze non indigene dall’attuale amministrazione. Tanta soddisfazione tuttavia non nasce perché adesso i barboni non possono più dormire sulle panchine; la questione del decoro urbano è secondaria. La ragione profonda del consenso di certa parte della cittadinanza alle panchine antibivacco del sindaco Tosi è che sono simboliche. Il messaggio di superficie del sindaco Tosi alla cittadinanza è, apparentemente, ordine, decoro, pulizia. Ma il messaggio profondo di quei braccioli che spuntano a disturbare l’idea di pausa rigenerante suscitata da una panchina, è la morale del ciclo di produzione, questa è la casa della lasagna: chi non lavora non magna, una morale che, mi si permetta di dirlo, vede il cittadino in funzione dei schei, e non i schei in funzione del cittadino


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