Il nome l’avrei saputo solo più tardi, ma adesso mi pare che ho immaginato un nome così appena l’ho vista. Una biondona con occhiali a moscone, il nasino col piercing diamantato e una tuta rosa con il risvolto rimboccato in vita, in tinta con le ciabatte. Due pantofole rosa. Ah, sì. L’ombelico, il pancino snello e tutto il resto. Heather è scesa da un taxi alle due del pomeriggio. Cinque valigie sulla soglia e una bottiglia di pinot grigio in mano. Non tentava nemmeno di aiutarsi da sé, stava lì, come se fosse sicura che le valigie avrebbero fatto le scale da sole. Il mio compare d’avventure ed io eravamo alla reception per rinnovare l’affitto della stanza. La tiravamo per le lunghe e intanto facevamo conversazione con la ragazza dai capelli rossi dietro il bancone. A me piaceva molto. Non appena abbiamo avvistata Heather, ci siamo offerti, o meglio, abbiamo insistito per aiutarla. Heather, sorrisetto ironico, s’è messa ad ancheggiare su per le scale. Valigioni pesantissimi, gomitatine del mio compare. Dobbiamo troppo invitarla a farsi un giro con noi. La nuova venuta ha posato la bottiglia sul bancone della reception, ha fatto per aprire il portafoglio e il contenuto è scivolato fuori. Si è tuffata a testa in giù, per raccattare banconote, documenti, carta di credito, ed è risalita con un documento d’identità. È scoppiata a ridere. Un sopracciglio della ragazza dai capelli rossi si è inarcuato.
-Scusami, -ha detto Heather, -Oggi dovevo sposarmi, -e ha alzato la bottiglia in segno di brindisi. Ha preso una stanza singola e, quando Heather si è girata, il mio compare aveva già le valigie in mano. L’ho visto scomparire verso le scale che portavano alle camere.
Io mi son seduto ad un tavolino della sala comune, a sfogliare il Guardian, non riuscivo a togliermi dalla testa quel nasino lì. Era qualcosa più forte di me. Heather è arrivata nell’area comune dell’ostello dieci minuti dopo, inseguita dal mio compare, che credeva di meritarsi una possibilità dopo la sfacchinata. Tentava di fare il simpatico. E invece Heather si è liberata di lui così: -Cazzo vuoi da me?
Il mio compare c’è rimasto male. I maschi presenti in sala l’hanno seguita con lo sguardo mentre, incredibilmente, posava la bottiglia di fronte al sottoscritto, che aveva gli occhi bassi sul giornale: -Ubriacati con me.
Mi sono versato un bicchiere di vino, ma non ho bevuto. Non ho detto niente, mi veniva da chiederle cosa vuole una come te da uno come me? Alle mie spalle s’è fatto avanti un bel ragazzo di venticinque anni, inglese. Un belloccio che stava compiendo il giro del mondo in moto, e in attesa di un visto per la Cina, faceva le pulizie in ostello in cambio di un letto.
-Non mi presenti la tua amica?, -mi ha detto.
-Presentati da solo, -ho detto io.
-Ciao sono…
-Fottiti, -ha detto Heather, s’è alzata, uscita dalla porta laterale, quella sul marciapiede a scalini. Ha scroccato una sigaretta all’elettricista, che per tutto il tempo l’ha squadrata da testa a piedi, con le braccia conserte.
-Che volgare, -ha detto l’inglese belloccio, -Dev’essere una puttana, -e se n’è andato. Heather è ritornata al tavolo dove leggevo il giornale un paio di minuti dopo. Ha appoggiato la testa su un gomito sforzandosi di scoppiare a piangere, -Sono così stupida, così stupida, -ha detto parlando più a se stessa che a me, -Sono stupida, stupida… e ubriaca.
-Non sai quante volte mi sono detto la stessa cosa, -ho detto io, e mi sono alzato per andarmene. Lei ha scosso la testa, -Non hai bevuto il tuo vino
-Troppo presto per bere
-Dovevo sposarmi oggi
-Con chi?
-Uno stronzo
-Ah sì?, -ho detto io. Avevo visto il trattamento ricevuto dal mio compare, e non avevo intenzione di riceve la mia parte, per cui mi sono diretto verso le scale. Heather mi ha raggiunto, prendendomi sottobraccio, -Tu adesso sei fico, perché ho deciso di venire con te
-Se lo dici tu
Una carezza ad altezza del collo, una scossa lungo la dorsale. Un tocco magnetico. Stai calmo, mi sono detto, non lasciarti andare. Mi sono seduto sullo scalino della soglia dell’ostello, lei si è seduta accanto a me. Ho acceso una sigaretta e ho allungato il pacchetto aperto a Heather, che ne ha prese quattro. Una se l’è infilata in bocca. S’è girata e m’ha detto: -Posso scoparti?
-No, -ho detto io.
-Intendevo… con la sigaretta, -ha detto lei avvicinando la punta della sigaretta che teneva in bocca alla brace della mia, e se l’è accesa. Mi sentivo a disagio, volevo andarmene, ma questa ragazza emanava un magnetismo irresistibile. Il mio compare è sbucato dalle retrovie e s’è unito subito al gruppo. A ruota lo seguivano l’inglese e un tizio di Boston, che dieci minuti prima aveva proposto di accodarci alla bevuta collettiva organizzata dall’ostello per quella sera. Più tardi, il mio compare m’ha detto che prima, quando era salito in camera di lei per le valigie, se l’erano trovato nella stanza. Si offriva di aiutare. Il tizio di Boston ha avanzato l’accendino, finendo di attizzare la sigaretta di Heather.
-Sei da sola?
-Vaffanculo, con te non ci parlo.
S’è morso un labbro. Il mio compare ne ha approfittato per tentare un approccio ragionevole: -Scusami per prima… io non so cosa ho fatto… io volevo solo..
-Ti do cento dollari se mi fai uno spogliarello, -ha detto Heather e, aperto il portafoglio, ha buttato una banconota per terra.
-In realtà quelli lì sono cinque dollari –ho detto io.
-Tu non sei americano e non sai un cazzo, -ha detto Heather. Poi ha accennato al negozio di DVD per adulti di fronte all’ostello, -Vieni? Andiamo a comperarci un film porno e ce lo guardiamo?
Ho fatto spallucce. Il belloccio inglese le ha chiesto, -Quanti anni hai?
-Ventitrè
-Di dove sei?
-Miami, e di dove potrei essere?
-Qualcuno lo sa che sei qui?
-Non ho intenzione di dirlo a nessuno.
Ho cercato di mettere a fuoco la sua vita. Partendo da Miami, fino a San fran. Una fuga da casa? Naaa, lei nemmeno se lo ricorda dov’è casa sua. Una prostituta, come diceva l’inglese? Si giustificherebbe l’accenno allo spogliarello. Un matrimonio mancato? Forse dice il vero. Questo usare il sesso sa di spazio intimo abusato. In verità non si può sapere. Intanto é sopraggiunto l’elettricista, e quando l’ha visto arrivare, Heather è saltata in piedi: -Vuoi vedere i miei tatuaggi?
Senza dargli il tempo di rispondere si è girata di spalle, ha abbassato i pantaloni della tuta fino a mostrare, sulla guancia sinistra del sedere, un coniglietto di playboy. Gli occhi di tutti i presenti si sono accesi, il fiato sospeso. I pantaloni sono ritornati su e Heather ha preso a saltellare sul posto, al suono di una canzone che poteva sentire solo lei. E poi se n’è andata. Ha salutato e s’è messa a correre verso sinistra, in direzione dell’Embarcadero, ai piedi della collina, con il Bay Bridge all’orizzonte. Il gruppo si è disperso tra i mugugni.
-Andiamo a farci un giro?, -ho proposto al mio compare. Lui ha annuito.
-Tipo verso l’Embarcadero. È tre giorni che siamo qua e non siamo ancora andati a vederlo.
-Giusto, -ha detto.
-Non andiamo mica dietro a quella là, -ho detto.
-No, chiaro, -ha detto.
-Andiamo a vedere l’Embarcadero. Ho letto sulla guida che c’è un bel panorama.
-Andiamo, -ha detto.
L’Embarcadero distava dall’ostello forse un chilometro e mezzo, lungo il tragitto tiravamo gli occhi nelle vie laterali, la carezza di prima mi aveva fatto volare. Sull’Embarcadero, con la baia di San Francisco davanti, mi sono spinto ad immaginare una possibile relazione con Heather. In cui io ero il suo punto di riferimento. Il suo Embarcadero. Lei era la mia ragazza facile, e io la perdonavo, perché comprendevo la contraddizione a cui non poteva sfuggire. Immaginavo di essere il ragazzo che la difendeva dallo sciame di fuchi che volevano copulare con lei. Fantasie di questo tipo, ecco. Ho fatto delle foto a dei gabbiani, sull’Embarcadero.
Intorno alle sei io stavo nell’area delle postazioni internet. Inserivo su Facebook le foto di alcuni gabbiani che si avventavano su dei pezzi di pane gettati dai turisti. Famelici e stupidi, i gabbiani potevi tirargli un bullone in testa, tanto sarebbero tornati ad avventarsi. Heather è ritornata, si premeva una benda premuta contro il lato interno del braccio sinistro. Tutti i maschi si son girati.
-Cosa ti sei fatta?, -le ha chiesto l’inglese.
-Un nuovo tatuaggio, -ha detto lei, -Vuoi vedere?
Ha steso il braccio in modo che tutti potessero vedere la scritta: LE RAGAZZE PER BENE NON HANNO MAI CAMBIATO LA STORIA. Ha fatto il giro della sala, mettendo il suo tatuaggio sotto il naso di tutti, -Ti piace?
Arrivata accanto a me, ha chiesto: -Mi dai una mano?
-A che ti serve?, -ho detto. Ero in vena di gentilezze. Heather ha mimato l’atto di farsi una sega. Tutti hanno riso. Io ho messo il broncio. Mi aveva fregato.
-Mi fai fare una foto?, -ha detto l’inglese, ripartendo alla carica
-Va bene, -ha detto Heather esibendo il braccio
-Quello sul culo, -ha detto lui
-Va bene, -ha detto lei tirandosi giù e su i pantaloni.
-Aspetta!, -ha detto l’inglese, con il cellulare puntato.
-Troppo lento, -ha detto Heather abbadonando la scena.
Il mio compare mi ha messo una mano sulla spalla una mezz’ora dopo. Ho chiuso Facebook e siamo andati al Vesuvio’s a fare un aperitivo. Ero di cattivo umore. Non gliel’ho raccontato, il dettaglio del gesto di farsi una sega. Mi sentivo umiliato. Al nostro ritorno in ostello, Heather era seduta a terra, nello spazio tra le scale che portano alla reception e la porta d’entrata. Le valige ammonticchiate accanto a lei. Indossava le sue pantofole rosa, piangeva con la faccia affondata tra le mani. Il proprietario dell’ostello stava con la schiena appoggiata al muro sul primo scalino. Un tizio silenzioso, ma sempre presente; a volte indossava un cappello alla Crocodile Dundee. Le sbarrava il passo, in attesa che lei si decidesse ad uscire di sua volontà.
-Che è successo?, -ha chiesto il mio compare.
-Sono una ladra di tatuaggi!, -ha detto Heather, e non si capiva se ne fosse pentita o se accusasse il proprietario di allontanarla con una ragione assurda.
-Niente ladri nel mio ostello, -ha detto il capo, con fermezza mascolina. Me ne sono andato, mentre il mio compare è rimasto lì nei pressi. Mentre salivo i gradini, mi dispiaceva. Ero tentato di offrire io i cinquanta dollari. Ma, Heather, a che sarebbe servito? Tu non sei affatto facile, ho pensato, e io sto solo cercando di edulcorare l’attrazione che provo per te. Non sono certo migliore del branco di cani che ti sta a culo.
Il mio compare m’ha raccontato quello che è successo dopo, lui l’ha visto perché era sulla soglia dell’ostello a fumare. Il boss ha gettato Heather e le sue valigie sulla strada, dove l’aspettava il tatuatore. Lui ha tentato di parlarle. Forse, nella sua testa, aveva pensato ad un modo per estinguere il debito. Heather s’è messa a strillare contro il tatuatore, contro passanti che si giravano, contro il pizzaiolo e le prostitute sulle soglie degli streepclub.
-Dovresti avere un po’ di rispetto, -ha detto il tatuatore, -Che t’hanno fatto?
-Vuoi uno schiaffo?, -e Heather gli ha rifilatto uno schiaffetto sulla guancia. Niente di che. Un gesto simbolico che ha fatto stringere i pugni al tatuatore, poi ha sbuffato, ha alzato gli occhi al cielo, -Non ci provare. Heather, invece, c’ha riprovato. Questa volta ha lasciato andare una bella pizza. Una di quelle che fanno sciaf! E il tatuatore l’ha menata. Gliele ha date. Il mio compare è venuto via, mentre i due si azzuffavano, perché temeva di essere coinvolto. Heather, tutti a pensare che sei facile. La sera, quando siamo usciti per andare a trovare un’amica, non c’erano più né le valigie né lei. Soltanto quelle pantofole rosa in mezzo alla strada. Il giorno dopo le indossava un barbone; deve averle prese in nome dell’America.
[San Francisco, Broadway str., 09/01/09]

Marzo 19, 2009 at 3:51 pm
sei molto bravo a scrivere, vorrei proporti di scrivere per un blog di scrittura creativa che si chiama qwerty
mandami una mail a betta_vs_elisa@libero.it