
[...] Proprio il concetto della scrittura come nuovo “sound” della realtà contemporanea sta alla base del romanzo d’esordio dell’autore più rappresentativo, colui che ha cercato nella propria prosa, il proprio lavoro teorico, giornalistico ed editoriale di proporre una narrativa come voce di un’intera generazione, che dopo aver urlato i propri bisogni, desideri e disperazioni nella vita sentiva la necessità anche di incrociare la pagina letteraria. Si tratta, naturalmente, di Pier Vittorio Tondelli. Tondelli è stato il primo scrittore della sua generazione (nato nel 1955) a fare una scelta linguistica drastica: portare dentro la pagina letteraria il linguaggio che lui e i suoi coetanei usavano nei bar, nelle piazze, all’università, nelle caserme, nei collettivi politici. Ma la scelta non è stata quella semplicemente di proporre una scrittura “selvaggia”, bensì di creare un nuovo linguaggio letterario alto, coltissimo (anche se i riferimenti culturali non erano quelli scolastici o accademici) e insieme vicino a quello parlato da un mondo giovanile radicalmente cambiato. Il parlato con Tondelli va oltre il tentativo mimetico, diventa stile. L’operazione inaugurata con Altri Libertini (1980) e poi proseguita con Pao Pao (1982), è nata subito nel segno di una totale duplice consapevolezza: l’esistenza di un linguaggio vivo che ancora esitava a trovare spazio in una narrativa che di rado si discostasse da un tono medio e neutro e l’esistenza di un pubblico che in quel linguaggio (e in quelle vicende) voleva riconoscersi, così come già si identificava, e consumava, testi musicali, specie angloamericani, nel cinema e nei fumetti. Nel suo primo intervento giornalistico, scritto a ridosso del romanzo d’esordio per il numero monografico di una rivista musicale («Musica 80») dedicati ai «Nuovi Linguaggi/Nuove scritture» Tondelli delinea una vera e propria dichiarazione di poetica: «La mia letteratura è emotiva, le mie storie sono emotive; l’unico spazio che ha il testo per durare è quello emozionale; se dopo due pagine il lettore non avverte il crescendo si chiede: “Che cazzo sto a leggere?, quello che capisce niente mica è lui, cari miei, è lo scrittore. [...] La letteratura emotiva è quella più intimamente connessa alla lingua; la letteratura emotiva esprime le intensità intime ed emozionali del linguaggio. [...] La letturatura emotiva non è che “il linguaggio del sound parlato”, definizione questa di un tale Anonimo Lombardo del 1959 che, nella sua lungimiranza genialoide del 1959, già un quarto di secolo fa scriveva: “Il lavoro più giusto e più difficile che si possa fare oggi sulla nostra lingua è proprio quello di reinventare il sound del linguaggio parlato”. La scrittura emotiva è dunque sound, codice sonoro».
[cit. dall'introduzione di Scrostati gaggio! Dizionario storico dei linguaggi giovanili, di Renzo Ambrogio-Giovanni Casalegno, Torino UTET, 2004, pag. XVI]
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