Julie Douce, My New York diary, 2009, Purple Press, 13 €
Julye Doucet, My New York diary, 2009, Purple Press, 13 €

Julie Doucet in Italia non è un nome famoso. Lo è di più se fate un salto dall’altra parte dell’oceano atlantico. Io ammetto che non la conoscevo, e che sono stato attirato dall’idea del diario new-yorkese. Il titolo mi faceva pensare che vale la pena di andare a New York solo per tenerci un diario. Comunque, Julie Doucet é una fumettista underground canadese, di Montreal. L’aggettivo underground per me significa che rispetto a fumettisti come Art Spiegelman o Charles Burns si concede di disegnare in un modo che difficilmente diventerà mainstream. E  i casi come  Matt Groening o Robert Crumb non fanno testo, perché la gente che oggi legge la biografia di Kakfa disegnata da Crumb o guarda i Simpsons arrossirebbe più di un pochettino, mettetegli tra le mani Life In Hell o Fritz The Cat. La filosofia creativa di My NewYork Diary è proprio quest’ultima.

Ok, ok non le so fare le critiche da fumettaro, non ne ho il retroterra:  mi limiterò a dire quello che penso. In una New York molto dedita al consumo di sostanze stupefacenti, atterra una giovane canadese un po’ fifona  e ingenua, attratta dal miraggio un nuovo fidanzato e dal mito della New-York dove accadono le cose. Alla luce dei fatti, finisce a vivere  in un quartiere malfamato quarantacinque minuti di metropolitana dal centro,  prigioniera di un maschio che preferisce stare in casa a bere birra anziché uscire ed avere contatti con il genere umano e fa di lei il suo tesoro.
Diciamocelo, My New York Diary non è una lettura per tutti. Il fatto che Julie abbia abitato a Seattle e a Berlino prima di fare il suo diario newyorkese, a mio avviso si sente. La presenza degli stati di coscienza alterati indotti dall’uso di stupefacenti è una costante sia del fumetto sia di Seattle e Berlino. La presenza oppressiva di acidi, cocaina, etc. alla lunga potrebbe risultare noiosa e disturbante se non ti piace il genere. A me, ad esempio, dopo le solite quattro risate ai danni del solito fattone, lo stonato mondo della droga mi fa sbadigliare dalla noia. In ogni caso l’autrice è sufficientemente sarcastica e realistica da suggerire un collegamento tra il consumo di stupefacenti e la cagionevole salute psichica della narratrice. Due sono le cose che a me sono piaciute particolarmente. La prima è che questo è uno splendido esempio di diario a fumetto (che un diario dica la verità, per inciso, è tutto da vedere). La seconda cosa che mi piace è che, deformato in modo sarcastico, nel fidanzato di Julie ho rivisto gli eterni difetti del maschio (miei): il vittimismo, l’insicurezza, l’inettitudine. Che dire? Per un buon 80% sono d’accordo con lei. In effetti questo fumetto non parla di New York, ma è la storia di una ragazza che cerca di diventare autonoma… una volta tanto senza i lustrini del chicklit alla Sex In The City.


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