Farsi vedere

…Importantissimo era farsi vedere in continuazione; per giorni, per settimane, per mesi. Passare al Romanisches Café (e, ancora più su, da Schlichter o da Schwanecke) era piacevole d’accordo, ma certo non ci si andava solo per divertirsi. Quelle frequentazioni nascevano da una necessità alla quale nessuno osava sottrarsi, la necessità di mettersi in mostra. Chi non voleva essere dimenticato doveva assolutamente farsi vedere. Questo valeva per ogni posizione e ceto sociale, anche per gli scrocconi, i quali, purché mantenessero in buono stato il personaggio che recitavano e lo preservassero dalle alterazioni aggirandosi di continuo tra i tavoli del Romanisches Café, riuscivano sempre ad ottenere qualcosa.

[Elias Canetti, citato in Berlino, manuale di piccola viabilità letteraria, Elena Agazzi, Edizioni Unicopli, Milano, 2009, pag. 84]

Il flâneur

…E qui arrivo ad un’esperienza importante di chi va a passeggio: non ha bisogno di entrare, di immischiarsi. Gli bastano le vetrine e lo spettacolo di chi entra e di chi esce. Dalle scritte è in grado di decifrare la vita. E se solleva lo sguardo, se lo distoglie dalle cose, anche i visi dei passanti sconosciuti, in un solo momento, gli riveleranno di più. L’incomparabile incanto dell’andare a passeggio consiste nel fatto che ti libera dalle pene più o meno grandi della tua vita. Entri in contatto, in comunicazione con tante vite e destini assolutamente estranei. Il flâneur autentico lo capisce dallo strano sussulto che lo coglie quando nella città di sogno delle sue paseggiate s’imbatte all’improvviso in un conoscente, e allora ritorna bruscamente ad essere un semplice individuo dall’identità accertabile.

[Franz Hessel, L'arte di andare a passeggio, Sella e Riva, Milano, 1991, pag. 213-218]

…Allora, Dottore, per farla breve. Fa conto un venerdì sera in un ostello nel distretto più centrale di Berlino. Leggiucchiavo in branda una guida da quattro soldi. Ad un certo punto entrano sbattendo la porta questi due californiani. Due studenti di economia, arrivati da Parigi col treno del pomeriggio, zaino in spalla e tutta una serie di idee malvagissime da mettere in pratica. Mi dicono, lo sai cos’è un pubcrawl? E io dico, No. E loro, Ci sono questi tipi dalla città che per dieci euro ti fanno il tour dei dieci migliori pub di Berlino. Ma dai?, dico io che mi viene in mente mia madre all’aeroporto di Orio Al Serio tre ore prima quando mi dice, Mi raccomando. Lo sai cosa vuol dire crawl?, dice uno dei californiani. To crawl, dice l’altro, significa strisciare. Lo chiamano pubcrawl perché bevi tanto, ma così tanto che torni a casa strisciando. E mi mostrano un volantino.

Incontra gente fica e scopri cosa rende famosa la notte berlinese! 10 € no costi aggiuntivi! Inclusa l’entrata della disco e i primi 5 shots! Lunedì, mercoledì, venerdì e sabato alle ventuno davanti al locale “Dal tramonto all’alba”, stazione di Hackescher Markt.

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Julie Douce, My New York diary, 2009, Purple Press, 13 €
Julye Doucet, My New York diary, 2009, Purple Press, 13 €

Julie Doucet in Italia non è un nome famoso. Lo è di più se fate un salto dall’altra parte dell’oceano atlantico. Io ammetto che non la conoscevo, e che sono stato attirato dall’idea del diario new-yorkese. Il titolo mi faceva pensare che vale la pena di andare a New York solo per tenerci un diario. Comunque, Julie Doucet é una fumettista underground canadese, di Montreal. L’aggettivo underground per me significa che rispetto a fumettisti come Art Spiegelman o Charles Burns si concede di disegnare in un modo che difficilmente diventerà mainstream. E  i casi come  Matt Groening o Robert Crumb non fanno testo, perché la gente che oggi legge la biografia di Kakfa disegnata da Crumb o guarda i Simpsons arrossirebbe più di un pochettino, mettetegli tra le mani Life In Hell o Fritz The Cat. La filosofia creativa di My NewYork Diary è proprio quest’ultima.

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Ma dove sono finiti tutti quei poeti che un tempo confessavano saggezze su queste umili pareti? Scrivete! Siate critici!

(scritta sui muri dei bagni dell’aula studio di via San Vitale, Verona)

michael_jackson

Lo spettacolo dei tedeschi che agitano bandiere, ammassati in folle gigantesche non rallegrerà il cuore di nessuno che ricordi gli anni Trenta e l’ascesa di Hitler. Ma per tutta la sua latente e manifesta violenza, la festa per il nuovo anno a Berlino non ha nessuna somiglianza con la marcia di Norimberga. Non era irrigimentata, era caotica. Non aveva direzioni, nessuna preparazione, nessun Führer. Era intrisecamente sincera, non arrabbiata, perfino quando un paio di ubriachi superarono il limite. Sembrava meno fascista -se la parola può essere applicata ad un tale evento- di una folla di ultras in Inghilterra.Quanti assassini, pazzi, deviati di tutte le risme possono essere contenuti in una folla di 500.000 unità? Qualsiasi sia la percentuale, mi sembra degno di nota, nel guardare indietro, che non c’era violenza. E sembra incredibile che le autorità abbiamo ceduto il centro città ad una folla di mezzo milione di persone. Vero, qualcuno dovette predisporre le toilette pubbliche, e si vedeva qualche poliziotto ai lati della folla, ma nessuno tentò di fermare o indirizzare quel fiume umano. Invece, lo lasciarono scorrere sopra il Muro, le porte, e qualsiasi altra cosa si trovasse sul suo corso.

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A Isola della Scala le persone erano piene, i carabinieri, inutile stare lì a confondare le idee, erano al servizio dei proprietari, comandati par il buon ordene ma contro i laoratori e lo scioparo, intanto dietro alle divise militari belle e pulite si scondevano i fascisti, al momento adatto che la disperazione ci entrò nelle teste e nell’anima, saltarono fora con il manganello e, senza ari ne stari, ti bastonavano, ma se erano in numero de manco scantonavano. La nostra paura più grossa era de essare presi, i carabinieri si sapeva che avevano le galere, i fascisti invece non avevano riferimento di stato, finivi alla malora, sparavano spesso a vista e morire in un campo de fromento o de brespagna con le formighe sul culo non è confortante, così la paura de “quelli del circolo”, diventò grande e sproporzionata, par conto mio ci siamo lasciati intimorire aldilà della prudenza, ancora non li chiamavamo fascisti ma “quelli del circolo”, arrivavano dove volevano con i camion militari, un poco alla volta non ci si arrischiava de tornare a casa, mettevano il naso e la mani in tutte le famiglie, se non trovavano il ricercato portavano via il padre o un parente, come è toccato a Piero mio fratello che si è fatto due mesi di galera a nome mio.

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Maschietti

Maschietti entrano in casa, maschietti entrano in casa. Maschietti, e con essi entrano in casa idee da maschietti (idee grevi, riduttive, inflessibili). Entrano in casa due bei maschietti, ancora in confezione ospedaliera, maschietti con la tonsura neonatale, bramosi di seno, aggrovigliati ai genitori. Entrano in casa due bei maschietti, maschietti gemelli, maschietti gorgoglianti di biberon, maschietti infilati dentro quegli orrendi zaini di plastica che le giovani coppie di Edison, New York, portano sul petto anziché sul dorso, in un tripudio di saliva e vomito lattiginoso e stafilococchi. Entrano in casa due bei maschietti, uno dei quali picchia l’altro con un hot-dog di gomma dura. Entrano in casa due bei maschietti, uno dei quali picchia l’altro sulla testa e sulle spalle con un rametto di salice, e l’altro piange. Maschietti entrano in casa dicendo cose senza senso. Maschietti entrano in casa urlando: “Mamma”.

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Il libro contiene tre bellissimi diari, di cui uno solo dedicato a Berlino.  Io parlerò di questo. Si tratta di una cronaca del tentativo dell’autore di trasferirsi per un po’ nel distretto di Kreuzberg, settore Ovest, anno 1981. Massimo Zamboni è stato chitarrista e compositore nel gruppo musicale CCCP, poi CSI, e questa informazione è essenziale per capire il taglio “alternativo” (mi scuso per l’abuso di questo termine ormai privo di significato, lo faccio per amor di brevità) della sua cronaca berlinese, particolarmente interessante perché affronta un mito oggi declinante, esaurito, quasi vinto (ma non ancora, non ancora!) dalla gentrificazione: quello delle case occupate. Per chi come me è nostalgico soprattutto di esperienze che non ha vissuto, il racconto dei suoi fallimentari tentativi di vivere in una casa occupata di Kreuzberg, i dettagli sugli occupanti, sugli ideali e sugli slogan del clima anarco-individualista che si respirava nella città dell’orso negli anni ‘80, può essere un buon sostitutivo. Per chi invece in questa cultura ci nuota, resta comunque una lingua molto musicale e il pensiero di una figura originale nel panorama italiano.

…Manifestiamo, ma non contro qualcosa o qualcuno. Manifestiamo pro. Pro noi, in ultima istanza . 

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0re 12:55, il cane dei vicini, Pongo, sale sul tetto della sua casetta, alza il muso al cielo, orecchie flosce, ulula il suo disagio. Non si capisce bene cosa vuole.  Donne? (Cagnette?) Attenzioni? Libertà? Vive in due tre metri quadrati recintati da una rete verde alta due metri. Eddai Pongo, è la situazione di tutti. Guardala così: almeno un tetto ce l’hai.

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